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Come e perché l’Uomo è una razza in via di apparizione

Introibo ad altare Dei.

Per rubare le parole a John Wilmot nel monologo iniziale di The Libertine,

non credo che vi piacerò. Non vi piacerò affatto! Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito

Qui si parla dell’Uomo, con la U maiuscola, a enfatizzare non un polo del sesso a discapito dell’altro, ma a denotare un concetto, che come tutti i concetti è universale e se ne fotte dell’identità di genere. Quindi, si diano una calmata fin da ora le suffragette.

Lungo la navata centrale di questa chiesa scrostata e sfaldata sarete accolti da una teoria di tipi umani, fissati nell’eternità dalla cenere che totalmente li copre, riprodotti su massicci pannelli fotografici che pendono dal soffitto. Alla Vostra sinistra la Stanza della Riproduzione Mancata, con la raffigurazione visuale di un’iconostasi invertita e due sculture: una Vergine prosciugata e un parto immondo. Mentre alla Vostra destra, la Stanza della Costrizione, un Cristo-che-non-s’è-fatto-Uomo-e-non-è-uomo e appeso in una gabbia come la vittima d’un carnefice abietto Vi magnificherà le sorti della teologia politica: qui, due corpi indistinti e montati l’uno sull’altro non serviranno ad altro che ad accompagnarVi nella Stanza dell’Identità, dove un rebis alchemico, frutto del matrimonio degli opposti, un corpo scultoreo né maschio né femmina, con un osso collocato in quella che è la sede dell’apparato riproduttivo, Vi rimembrerà che la sessualità è un habitus che s’indossa come una pelle. La stessa che vedrete appesa a un chiodo, pelle di travertino persiano, pelle dell’Uomo che viene tolto da se stesso.

Perché questa mostra delle atrocità1 è una mostra sull’Uomo. E’ un’antropologia inedita. Un’iconologia dell’inquietudine e una filosofia per immagini e opere di carattere materialista e sensista. Potentemente e potenzialmente rivoluzionaria, con tutto il portato “diabolico” del termine “rivoluzione”. Diabolus in ecclesia.

L’epoca attuale è un momento storico contrassegnato dal vuoto esistenziale che non può essere vissuto, letto, interpretato con immagini formalmente belle: come poter dire una cosa sgradevole con un’immagine gradevole? Meglio la sincerità di immagini “forti” con cui dare forma e sostanza al pensiero debole di questa post-post modernità contrassegnata dalla crisi di un Uomo che ha smarrito se stesso: qui, i corpi che vedete sono carne scarnificata, rotta dentro, spolpata dei muscoli come un ramo secco, ferita, sanguinante come il travertino persiano, appesa come carne da macello, appesa come un Cristo de-santificato. L’uomo occidentale versa in uno stato catatonico, de-frammentato, schizofrenico e Christian Zucconi non fa che ricomporre ciò che è frammento: le sue sculture e le sue fotografie ci dicono «Questo sei tu».

Ciò che si evince fin da subito, una volta che si sia varcata la soglia di questa chiesa sconsacrata, di fronte ai grandi pannelli fotografici che raffigurano dei tipi umani, non i tipi psicologici di Jung, perché l’uomo è marcio dentro e non v’è un cazzo da contemplare, ma i tipi corporei, perché il corpo è bello, forse sporco, ma bello: il progetto fotografico Cenere, espressione sotto altro mezzo della stessa ricerca dello scultore Christian Zucconi, denota un quasi-ricordo, l’abbandono, nella fattispecie la classicità perduta dell’essere umano contemporaneo, classicità di cui è pur figlio. De-frammentato, perso e non più ri-trovato, ma fissato ab aeterno nella posa plastica della malinconia.

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Christian Zucconi, Leviathan, veduta parziale della mostra – Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, Milano – Ph. Christian Zucconi

Il riferimento iconografico è alle ceramiche attiche, i corpi sono coperti di nero come cenere e stanno lì, fissi e sussistenti su uno sfondo rosso pompeiano in una marmorizzazione lavica ex post a denotare il senso del corpo classico, una differAnza, nell’economia espositiva della mostra, dello stesso concetto di fondo: l’uomo, il corpo, la carne.

Come nel linguaggio delle sculture assistiamo al superamento del concetto michelangiolesco del blocco unico, così l’ostensione della serie fotografica Cenere vuole significare il concetto di “uomo” che l’età umanistico-rinascimentale – quindi l’epoca anteriore al Rinascimento – rinnovò dopo il Medioevo (se non l’avete già fatto, andatevi a leggere Lorenzo Valla). Cosa resta, nell’Uomo, della cultura classica di cui egli stesso è figlio? Non lo sa, stenta a riconoscere sé, non vede e non-si-vede. Da qui, il senso delle bende sugli occhi.

Da qui, l’esposizione di variegati tipi umani, a denotare il senso dell’umanità tutta: la moltitudine in una sola persona, simbolizzata dal Leviatano, rappresentazione mitica che diede il nome al trattato teologico politico del filosofo Thomas Hobbes (il quale, come tutti i buoni filosofi, ebbe anche dei trascorsi con la magia e l’alchimia).

Sul frontespizio della prima edizione inglese del Leviathan hobbesiano (1651) era riprodotta un’incisione che raffigurava un essere antropomorfo di dimensioni smisurate, composto d’innumerevoli piccoli uomini. Con la mano destra impugnava una spada e con la sinistra una pastorale, a governo di una città pacificata che si estendeva ai suoi piedi: il Leviatano, il grande uomo, μακρός άνθρωπος, simbolo mitico, bestia eteroclita, unione proteiforme della trimurti Dio, uomo e macchina. A governo di coloro che hanno da essere governati: perché nello stato di natura ciascuno di noi può uccidere chiunque altro e tutti sono uguali di fronte a questa minaccia. Come disse Hegel,

ognuno è un debole di fronte all’altro

E’ la potenziale mutua distruzione di massa, calmierata dalla contrazione di un patto statutario: regna la “democrazia” proprio perché ciascuno sa che ognuno può uccidere ogni altro e pertanto ciascuno è, per ogni altro, nemico. Dallo stato di natura -homo homini lupus – nell’ottica hobbesiana dello stato di diritto l’uomo si fa Dio per l’altro uomo – homo homini deus.

Il terrore riunisce gli individui pieni di paura; la loro paura sale all’estremo; scocca una scintilla della ratio e improvvisamente davanti a noi si erge il nuovo Dio

Un Dio che è però un Dio mortale, Deus mortalis come lo definisce esplicitamente Hobbes: il Leviatano2, la moltitudine unita in una sola persona, che nell’arredo costitutivo della mostra Leviathan – che nel titolo attinge simbolicamente all’opera eponima di Hobbes -, sta a indicare la frammentazione psicologica, sessuale, culturale ed estetica dell’Uomo contemporaneo per mezzo dell’ostensione di blocchi di marmo formati da pietre di scarto, uniti da fili di ferro e ricoperti di cera.

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Christian Zucconi, Parto, 2013, travertino persiano, tintura, ferro e legno, cm 100 x 60 x 127, Ph. Christian Zucconi

Questo sesso che non è un sesso3, verrebbe da dire con la filosofa e psicanalista belga Luce Irigaray. Osservate la scultura intitolata Corpo, il rebis alchemico né maschio né femmina con un osso conficcato nella grotta genitale, creatura magmatica che simbolizza due concetti fondamentali, la sur-determinazione dell’identità di genere e la non generazione: l’attraversamento dei generi, a volo su un manico di scopa come la strega che si reca al sabba, il rovesciamento della sacra famiglia, l’abominio della sessualità invertita/innestata/negata, che trovate ribadito in Crisalide. Generatio inversa, il riconoscimento della quale Vi ri-accompagna all’alienazione sottesa ai legami familiari/politici nelle opere Parto – aborto mancato dove il cordone ombelicale è rimpiazzato da una catena – e Gemelli – altro rimando esplicativo alla sessualità innestata.

Diabolus in ecclesia, ancora e sempre, preconizzato da quella scultura – Madonna del Latte – dove la tradizionale Vergine che allatta il Figlio si trasfigura in una Venere consumata, sfiorita, scarnificata, le cui appendici di fertilità sono avvizzite, perforate, ma senza con ciò stesso deprivarla della sua propria originaria bellezza e delicatezza, declinate come per reminiscenza attraverso un raffinatissimo massacro ri-costruzionista della carne.

Stigma “diabolico” rinnovato dall’iconostasi “perversa” dell’opera video Action/Dogma, che rappresenta un rapporto sessuale inverso e incompossibile, e nell’opera video Blank, dove ancora una volta il genere risplende nell’algida solarità della sur-determinazione, che rifulge nella scultura Crucifixio attraverso l’esplicita raffigurazione del sembiante femminile di un Cristo che, lungi dall’essere immagine d’empietà – signore e signori, Christian Zucconi non vuole né provocare né apparir sacrilego -, denota invece la condition humaine, o meglio, la preconizzazione di una condizione umana “generata, non creata” da «questo uomo di dolori colto nell’ultimo afflato vitale» – per usare le parole dello stesso Christian Zucconi -, nata come per partenogenesi dall’attuale condition dell’Uomo de-frammentato e simboleggiata dal grande Leviatano, la moltitudine unita in una sola persona.

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Christian Zucconi, Blank, 2013, still da video, Ph. Christian Zucconi

Perché il soggetto dell’indagine è sempre lo stesso, nell’uno e nell’altro caso: l’Uomo. Fondato su un retroterra concettuale – che nella ricerca zucconiana prende ovviamente la forma dell’arte visuale – la cui essenza è di ordine carnale.

Essenza carnale, si potrebbe dire in virtù dell’unione degli opposti. Perché «pensare è sentire», come diceva nel 1758 il philosophe francese Claude-Adrien Helvétius nel saggio De l’esprit4, opera di filosofia materialista che appena uscita mise d’accordo tutti, Sorbona, Parlamento e clero, nel decretarne la condanna senza appello:

Noi condanniamo il suddetto libro in quanto contiene una dottrina abominevole, atta a rovesciare la legge naturale e a distruggere i fondamenti della religione cristiana […]; contiene un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene di odio contro la Chiesa e i suoi ministri, irrispettose nei confronto delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa, empie, blasfeme, errate ed eretiche

Così il dispositivo della condanna nel Mandement dell’arcivescovo di Parigi Christophe de Beaumont5 (informazione di servizio: Helvétius, frequentatore di salotti, gregario di Diderot e d’Holbach ma soprattutto figlio del medico di corte, si sputtanò subito in seno all’istituzione sia secolare che religiosa e nulla ottenne dal pubblicare De l’esprit in forma anonima. Esule in Prussia, ebbe salva la vita solo grazie alle ambasce della donna francese più potente dell’epoca, Madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV).

Ma De l’esprit fu – è – una pietra miliare nei sentieri interrotti della filosofia, cui l’antifilosofia (per dirla à la Michel Onfray) dei preti ha storicamente messo la mordacchia. Nell’ambito del pensiero occidentale De l’esprit fa compagnia ai vari Spinoza, Hobbes, Stirner, Marx, Freud, nel tempio dei “maledetti” intorno al quale placidamente sciaborda il veleno nero di Friedrich Nietzsche, l’“inventore” del nichilismo, generatore col succitato Marx del non-ancora-uomo: il marxiano uomo dis-alienato e il nicciano Übermensch, l’oltre-uomo che, dopo lo svelamento della fallacia di tutti i valori e l’inversione della sacra famiglia, sostiene il gravame della “morte di Dio” lasciando dietro di sé il nichilismo stesso.

Né Dio, né capitale.

Non v’è scopo, non v’è meta, non fine nell’Universo (Gabriele d’Annunzio, Il libro segreto)

Nulla oltre la carne. L’Uomo è un’essenza carnale. L’Uomo è un’idea sensibile.

Marx – che solo per un infelice fraintendimento sarebbe stato poi messo nel club dei sospettabili d’antisemitismo -, teorizzò la morte dell’ebreo come la morte del proletariato tutto in quanto epitome dell’uomo alienato e reificato (nel senso, ridotto a cosa, appendice di una macchina e di un meccanismo ideologico/religioso), Nietzsche formulò la teoria del cadaverone di Dio e la trasfigurazione del corpo conculcato e offeso dal Cristianesimo nel corpo solare dionisiaco, André Malraux ci parlò della condizione umana – La Condition humaine -, nelle cui pagine risuonava come un basso continua la morte.

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Christian Zucconi,Crucifixio, 2009, travertino persiano, ferro e acciaio, cm 85 x 69 x 225, Ph. Christian Zucconi

Una messinscena del nichilismo. Che tuttavia, come la febbre per il corpo, non è il male. In questo senso l’opera di Zucconi e la mostra Leviathan sono un’epitome supercontemporanea: l’arte è fedeltà al presente e, nel migliore dei casi, quando mostra le condizioni-di-possibilità-di, anticipa con ciò stesso il futuro – un futuro, uno dei possibili mondi possibili.

L’artista non è – non ha da essere! – un intellettuale, l’artista è un cretino che denota una semantica e, quando è un valido artista, con la sua favella segna indelebilmente il presente. Biancoenero o scintillio di colori, a ciascuno il suo mondo, perché i limiti del suo linguaggio sono i limiti del suo mondo. Quanto a Voi, la missa solemnis in pietra, cera, sangue e carnazza di Leviathan non Vi deve piacere, perché nel più semplice dei casi Vi deve far piangere.

Pessimismo cosmico? No. L’anima è marcia, ma il corpo è bello. L’uomo è rotto dentro, ma fuori rifulge di bellezza inesperessa (Cenere). Com’erano profondi i Greci nella loro superficialità! (Nietzsche).

Non è tempo di streghe (purtroppo) e dunque non siamo autorizzati a scimmiottare il Candide di Voltaire asserendo che questo è il migliore dei mondi possibili. Ma ciò non toglie che dietro ai paraventi di mostruosa bellezza di Leviathan, celebrazione eucaristica laicamente devota alla causa dell’Uomo, si celi apertamente, come la lettera rubata nel racconto di Edgar Allan Poe, il principio- speranza del riscatto, fondato su una nuova antropologia, risorgente dalle ceneri dell’Uomo contemporaneo frantumato, schizzato, estraneo a sé, orfano di sé. “Messaggio” (se vogliamo usare un termine ahimè troppo frequentato nei meandri del luogocomunismo) che l’opera Crucifixio esemplifica in nuce, idea sensibile del Dio mortale che s’è fatto donna, perché solo dalla diversità e dalla perversione può forse nascere l’Uomo autenticamente umano. Che sarà, se sarà, quando sarà.
 
1. Ogni riferimento al romanzo The Atrocity Exhibition di James Graham Ballard è puramente voluto
2. Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938
3. Luce Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, 1978
4. Claude Adrien Helvetius, De l’esprit, Chez Durand, 1758
5. Mandement de Mgr. l’Archevêque de Paris, portant condamnation d’un livre qui a pour titre “De l’esprit”, Paris, 1758, p. 27
 

 
Christian Zucconi | Leviathan

Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter
via Cadolini 27, Milano
info@galleriabiancamariarizzi.com
www.galleriabiancamariarizzi.com

CHRISTIAN ZUCCONI | LEVIATHAN | MILANO Come e perché l’Uomo è una razza in via di apparizione Introibo ad altare Dei.

Nell’ambito del progetto 2013 2014 2015 Natura permanente e la Cura, organizzata con il Patrocinio del Comune di Milano – Consiglio di Zona6, in collaborazione con 10.2! Dieci.due! International research contemporary art di Milano – Presso  lo spazio SEICENTRO A.Fois (Via Savona 99, Milano)

Mostra Collettiva di Video e Fotografia under 36

a cura di Alessia Locatelli e Maria Rosa Pividori, con la collaborazione di Pino Diecidue

Testo critico di Alessia Locatelli

Inaugurazione_ 17 Aprile 2014  dalle h.18.00 alle h.20.00

Sino al 5 Maggio 2014

Artisti invitati: Carola Ducoli, Gian Giacomo Gatto, Alessio Segala, Mireille Saliba, Alice Belcredi, Marvina Shehu, Giulia Savoca, Angelica Porrari, Marcello Rotondella, Francesco Forgione

Mercoledì 23 Aprile 2014 dalle h.18.30 alle 20

Evento presentazione Opera-Libro:

Incontro con lo scrittore Paolo Latini presentazione del romanzo “Il movimento dei meli gemelli” e proiezione dell’opera “Scorrono I fiumi in direzioni opposte”.

Video di Antonio Romano, composizione sonora originale di Gerardo De Pasquale

“L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quelle che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”. (Leonardo Da Vinci)

Figura Aqua. Un titolo in latino che, nella sua semplicità, racchiude tutta una serie di declinazioni e letture possibili sull’Acqua, protagonista della città di Milano e dei suoi dintorni, sin dai tempi della sua fondazione. Da qui la scelta di aprire il testo di presentazione con un’appropriata citazione di Leonardo da Vinci. Il maestro, figura iconica della città, è stato attento osservatore e studioso dell’acqua come elemento: sia per la navigazione delle merci – come ci riportano gli studi sulla resa navigabile dei Navigli – che in qualità di elemento capace di generare forza motrice. L’Acqua è un liquido e, in quanto tale, assume la forma del contenitore che la accoglie; col passaggio da una sembianza ad un’altra compie una metamorfosi e si modifica, attribuendosi molte significazioni. Nella nostra cultura, ma non solo, questo celebrato elemento incolore ed inodore ha sempre goduto di particolare valore, sino a diventare simulacro di sé stesso, mutando all’interno del dipanarsi della storia di concetto e di senso – proprio come avviene in un travaso da diversi contenitori – e assoggettandosi alle differenti immagini/simbolo che l’uomo le ha nei secoli dedicato. La fonte, la vita, l’acqua sorgiva, la purificazione e così via… Passando attraverso tutte le sfaccettature di elogio ed ispirazione, che ci suggerisce la nostra mente e la nostra cultura. Certo l’acqua può diventare anche elemento distruttivo, onda incapace di preservare che disintegra interi orizzonti al suo passaggio. L’acqua dunque come concetto, come suggestione o spunto interpretativo in una visione contemporanea degli artisti under 36, che possa essere personale, critica oppure solamente vincolata al paesaggio, ai luoghi anfibi della città.

Gli Artisti

Alessio Segala, fotografo classe 1995, in mostra espone un dittico fotografico dal titolo “Blue Gold”. Un lavoro che apre alla riflessione su come – nel Forum mondiale nel 2000 – a questo bene ricercato ed essenziale sia stato attribuito un valore di scambio sui mercati (come per l’oro e per il petrolio). Due immagini fotografiche che devono farci riflettere sul pericolo che può scaturire dal mercificare il liquido più prezioso del pianeta.

Gian Giacomo Gatto è in mostra con una fotografia dal titolo “Dipinto ad Acqua”. Uno scatto suggestivo che – ad un primo sguardo – pare un dipinto impressionista, eseguito a pennellate rapide, in cui la luce riporta il movimento dell’immagine riflessa sulla superficie acquatica. Solo ad un’osservazione più attenta si percepisce la realtà dello scatto fotografico di un paesaggio, riflesso e trasformato dalla superficie del lago. Si percepiscono allora i movimenti dell’acqua, il suo essere liquido che trasforma le percezioni.

Francesco Forgione propone “Red Water”, videoinstallazione per Tablet. Un progetto ideato per questa mostra che, partendo da riprese effettuate nella città di Milano e sui corsi d’acqua, conduce l’osservatore ad una presa di coscienza: la città siamo noi e la qualità della nostra vita è direttamente dipendente dalla qualità dell’acqua e dell’ambiente che in cui ci muoviamo. Inquinare e devastare gli spazi cittadini ed i canali è un percorso di autodistruzione che non possiamo arrestare se non attraverso la consapevolezza di una nostra responsabilità diretta.

Carola Ducoli, con un estratto dal lavoro “Torbido” espone in un trittico che partendo dalla duplice definizione del termine – opaco/sporco ma anche illecito/tormentato – ci mostra come ci si debba contaminare d’indefinito e d’impurità, per cogliere e raggiungere l’anelito di purezza cui gli esseri idealmente aspirano. Una donna-crisalide si getta nell’acqua e, nell’assenza liquida di peso, si libera del suo involucro per riaffiorare in superficie con nuove sembianze e percezioni.

Alice Belcredi espone “l’Onda” spumosa catturata in un’alba del mar dei Caraibi (Messico) nel 2010. Un’emozione che travolge l’osservatore coinvolto dalla potenza dell’immagine e dalle sue particolari dimensioni, che creano un effetto di partecipazione totale. Il mare, il più misterioso ed inesplorato specchio d’acqua del pianeta.

Angelica Porrari partecipa con il video “Musa”, tratto dal progetto Gloves Stories. Come lei stessa cita, l’opera è: “Conduzione, trasmissione di pensiero tra diverse entità. Il testo recitato è tratto dalla bibbia ed esorta a non tentare di rappresentare l’inesprimibile, il divino. Un video che parla di se stesso.” Su un fondo scuro, immerse nel liquido, due figure si scambiano le voci, e suggeriscono la ricerca della conoscenza dell’essenza vera dell’arte, senza “perdizioni visive in immagini lontane dal mondo delle idee”.

Marvina Shehu presenta il “Trittico dei Contenitori”, un lavoro di grande impatto estetico in cui lo stesso oggetto blu si propone, in primo piano, di introdurre tre sfondi differenti: un paesaggio con memorie di colonne, un viso ed un oggetto di design. Uno sguardo filtrato attraverso la materia turchina che rilegge le forme dell’uomo, dall’effige del proprio apparire ai luoghi che abita, passando per le strutture che crea.

Giulia Savoca propone un video dal titolo “Liquid Soul”. Un progetto dal gusto performativo che gioca con la dissolvenza incrociata per esprimere la metafora dell’acqua come tempo che scorre. Un’attrice avvolta da garze e ricoperta di pigmenti cerca di ricreare quel passaggio dallo stato solido al liquido, lavandosi in una vasca d’acqua e cercando di sciogliersi assieme ai colori stessi. Una novella Ophelia che cerca di lasciare le sue ferite al passato, alla ricerca di un equilibrio liquido con la sua anima.

Mireille Saliba legge il rapporto con l’acqua in maniera autobiografica. Attraverso il trittico esposto – dal titolo “The Empty Side” – è possibile ripercorrere la sua complessa ricerca di un figlio. E’ il liquido della purezza legato all’atto della nascita quello che impregna i vestiti dell’artista, di spalle in una delle fotografie in mostra. Il melograno, emblema della fertilità, ed i simboli ancestrali che nell’America pre-spagnola stilizzano le forme dell’acqua, si ergono qui a metafore. Attraverso gli scatti, l’atto personale diviene una visione collettiva al fine di aiutare tutte le altre donne in questa condizione a superare la paura di non farcela.

Marcello Rotondella è un videoartista e musicista. “Incomunicazione” esprime in un video in bianco e nero dalla fotografia particolarmente scenografica, le differenti declinazioni di senso attribuite alle parole con la conseguente incomunicabilità nelle relazioni. La metafora con l’acqua è identificabile nello scorrere del liquido che richiama il fiume: come l’acqua dolce alla sua foce non si contamina immediatamente con il mare salato, così l’interazione tra esseri differenti – per cultura, luogo geografico e genere – non innesta nuovi linguaggi o connessioni. La comunicazione resta inattuabile ed isolata nella sua incapacità di farsi linguaggio intellegibile.

Il fine dunque è regalare, attraverso una mostra che vede come protagonista il liquido da cui trae origine la vita, una mappatura che sia geografica ed emotiva, per una narrazione in cui ogni giovane artista presente possa esprimere tale argomento attraverso la sua sensibilità ed il suo intervento video o fotografico. Un tentativo da parte dei curatori di supportare culturalmente la loro città, all’interno di un percorso che tocca il tema della natura permanente e della cura, per arrivare all’evento dell’Expo con un bagaglio d’iniziative volte ad indagare il territorio e le sue preziosissime risorse (Alessia Locatelli)

“Figura aqua – la Forma dell’Acqua”
Parte seconda_ giovani Fotografi e Videoartisti a cura di Alessia Locatelli e Maria Rosa Pividori con la collaborazione di Pino Diecidue
Spazio SEICENTRO A.Fois_ Via Savona 99, Milano
Inaugurazione 17 Aprile 2014 dalle h.18.00 alle h.20.00
Finissage Lunedì 5 Maggio 2014 dalle h.18.00 alle h.21.00
Mercoledì 23 Aprile 2014 dalle h.18.30 alle 20 – Evento presentazione Opera-Libro
Orari da lunedì a venerdì 9.30-12.30/14-18; Sabato e Domenica e 25 Aprile aperto h.14-18;
Chiuso il 20 e 21 Aprile ed il 1 Maggio.
Ingresso Libero
Mail: dieci.due@libero.it
Tel: SEICENTRO A.FOIS 02 884 463 30

Si ringraziano Diego Rizzo, MC Editrice Movimenti Cambiamenti di Bianchi Michela e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento.

 

FIGURA AQUA – LA FORMA DELL’ACQUA | PARTE SECONDA | GIOVANI FOTOGRAFI E VIDEOARTISTI Nell’ambito del progetto 2013 2014 2015 Natura permanente e la Cura, organizzata con il Patrocinio del Comune di Milano – Consiglio di Zona6, in collaborazione con 
Giovanni Gaggia, Cuoris factum, 2013, cm 170×5,10 m, ricamo su stoffa ; Eva Gerd , The anatomic Garden (2010-2013), matita su carta, courtesy Rossmut
ET CURIS | DOPPIA PERSONALE DI GIOVANNI GAGGIA ED EVA GERD
Ri- trovare , Ri- collocare ri-cucire, curare, occuparsi minuziosamente di ciò che ci circonda e dei movimenti dell’umano esistere. Sembrano essere questi i presupposti dai quali i due artisti iniziano il loro viaggio intimo, silenzioso, tra matite leggere ed aghi che portano a nuova vita.
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Giovanni Gaggia, Cuoris factum, 2013, cm 170×5,10 m, ricamo su stoffa ; Eva Gerd , The anatomic Garden (2010-2013), matita su carta, courtesy Rossmut

ET CURIS | DOPPIA PERSONALE DI GIOVANNI GAGGIA ED EVA GERD

Ri- trovare , Ri- collocare ri-cucire, curare, occuparsi minuziosamente di ciò che ci circonda e dei movimenti dell’umano esistere. Sembrano essere questi i presupposti dai quali i due artisti iniziano il loro viaggio intimo, silenzioso, tra matite leggere ed aghi che portano a nuova vita.

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Giovedì 3 Aprile Rossmut ha il piacere di presentare Et curis, doppia personale degli artisti Giovanni Gaggia ed Eva Gerd a cura di Loretta Di Tuccio con l’intervento critico di Fabrizio Pizzuto, special guest Francesca Romana Pinzari e la collaborazione di Alessandra Baldoni, Francesco Paolo Del Re e Sabino De Nichilo.

Ri- trovare , Ri- collocare ri-cucire, curare, occuparsi minuziosamente di ciò che ci circonda e dei movimenti dell’umano esistere. Sembrano essere questi i presupposti dai quali i due artisti iniziano il loro viaggio intimo, silenzioso, tra matite leggere ed aghi che portano a nuova vita.

Procedono per osservazione e cura, una cura che è custodia, preservazione, arricchimento e tensione al meraviglioso. Partendo dai disegni su carta, nell’immaginario di Eva Gerd ritroviamo osservazione e descrizione di un microcosmo sovente “abbellito” da leggere vie di fuga del tratto e del pensiero, nelle opere a matita di Giovanni Gaggia, da una centrale traccia ematica si dipana una (ri)costruzione della meraviglia che è custode di memoria, di assenza e sofferenza. E se il nodo centrale del lavoro di entrambi è ancorato sia all’essenza del gesto, che all’idea di traccia, di inserimento e contaminazione con la natura, ecco che il carattere di quest’ultima, frammentato e silenzioso, diviene qualcosa di cui prendersi cura, palesandosi in una serie di opere, intime e sincere, che si fanno condivisione di nutrimento, nutrimento collettivo.

Eva nutre le ossa animali, trovate per caso e ricongiunte, le veste di suadenti ricami su drappi delicati che lasciano intravedere l’essenza del vero, conservando intatto l’oggetto riportato a nuova vita; l’attenzione alla gestualità del corpo, natura ed essenza, che è al centro delle intenzioni e suggestioni del lavoro di Gaggia, si traduce anche qui nell’atto del ricamo, ricucire, in un gesto simbolico con ago e filo, i cuori di cui utilizza le tracce, una traccia che porta avanti ricamando cuori e simboli su lini e cotoni, per aggiungere ancora vita e meraviglia agli elementi che si fanno portavoce della sua poetica.

Entrambi gli artisti intervengono con una scelta sulla materia preesistente, quella semplice e quotidiana, un ago, un filo, un tessuto, che nelle loro mani suggellano l’idea di cura per il passato, per qualcosa da portare nel proprio intimo, da nutrire con un messaggio di meraviglia e ricollocare in un posto altro, che sia memoria del tempo fino a sfidare le leggi di una natura impermanente.

“Et Curis” , cura, assistenza, è anche il titolo dell’azione performativa degli artisti Giovanni Gaggia e Francesca Romana Pinzari, che avrà luogo nella serata inaugurale, in un tempo di confronto, condivisione e reciprocità di assistenza degli uni verso gli altri. L’azione è riservata a 10 persone sarà prenotabile fino al giorno prima scrivendo o telefonando alla galleria.

La mostra sarà visitabile da martedì a sabato dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 21 fino al 8 Maggio. Per ulteriori informazioni consultare il sito www.rossmut.com

Biografie:
Giovanni Gaggia nasce a Pergola (PU) nel 1977 dove vive e lavora. Fonda Sponge ArteContemporanea e la dirige dal 2008. Selezione mostre personali; 2013 Sic Dulce Est, a cura di Cristina Petrelli, Palazzo di San Clemente / Archispazio, Firenze. 2012 Where is your brother? (doppia personale) a cura di Davide Quadrio e Studio Rayuela (Flavia Fiocchi e Francesco Sala) SpongePill-Casa Déclic / Guastalla Pilates, Milano. 2011 I need you a cura di Claudio Composti, Spazio NovaDea, Ascoli Piceno / Corpo fisico, corpo etereo (doppia personale), a cura di Roberta Ridolfi, Factory – Art gallery, Berlino – Germania, / 2008 Aforismi Simpatetici, a cura di Chiara Canali, Museo dei Bronzi Dorati, Pergola (PU) / 2007 Di spirito e di Carne, testo critico di Roberta Ridolfi, Factory-Art gallery,Trieste. Selezione collettive; 2014 PRIVATA, a cura di Federica Mariani, Mole Vanvitelliana Ancona. 2013 Altari profani, a cura di Claudio Cosma, Sensus, Firenze / PUP UP DESIGN TOUR, a cura di Alessandro Riva, Palazzo del Sole 24 ore ( Arte Accessibile 2013 ) Milano / Discipulos a cura di Antonio Arevalo, Clang, Scicli (RG) / ROAD MAPS, a cura di Silvia Fabbri e Micaela Bonetti, Officine Creative Ansaldo, Milano / Raqam disegno e segno, a cura di Jack Fisher, Rossmut, Roma / (CON)TEMPORARY SHOP, a cura di Stefano Verri, Alviani ArtSpace, Pescara. / 2012 Crossing Over, a cura di M. Aprile Zanetti, V.L. Barbagallo, S. Davì, F. Mariani, G. Mendolia Calella, G. Occhipinti, G. Tidona, M. Tolaro, M.G. Virga, Clang, Scicli (RG) / Il Corpo Solitario. L’autoscatto, a cura di Giorgio Bonomi, Palazzo Ducale, Senigallia / Next Door Monster a cura di Francesco Paolo Del Re, luoghi sfitti, Cagliari / Love is Water, special guest personale di Daniela Cavallo a cura di Silvia Fabbri, Acquario Civico, Milano / Interactive performance, a cura di Chiara Canali, auditorium del Sole 24 Ore Milano / In Corpo 012 (Art fair OFF) a cura di Sponge ArteContemporanea, testi critici di Emanuele Beluffi ed Isabella Falbo, BT’F extra Bologna.

Eva Gerd nasce in Danimarca nel 1963. Dal 1986 al 1993 frequenta l’ Accademia Reale di Belle Arti a Copenaghen, dipartimento di Scultura e Installazione successivamente è borsista all’Accademia di Danimarca di Roma. Vive in Italia dal ’95 e tre anni a Città del Messico. Tra le principali mostre personali si ricordano: 2013 – Minima Mortalia ( doppia personale) a cura di Francesco Paolo Del Re, Sponge Living Space (Casa Sponge), Pergola PU, Oblio lento, a cura di Antonio Arevalo, Galleria Miralli, Viterbo. 2012 Still life – quiet tales from nothingness, a cura di Enrico Mattei, Barbara Paci Galleria d’Arte, Pietrasanta (LU). 2010 – Revelación de los cuerpos de papel. Performance, Biblioteca Henestrosa, Oaxaca, Mexico; La silenziosa abitatrice del giardino anatomico, a cura di Fabrizio Pizzuto, Closet, Roma. 2009 – El descanso de los huesos viajeros. Terreno Baldío Arte, Città del Messico. Tra le collettive si segnalano: 2013 – Librimmaginari, a cura di Marco Trulli e Marcella Brancaforte, Viterbo; Zaino in Spalla, a cura di Sponge ArteContemporanea, Atelier Giorgi, Torino; Warriors of Light, Contemporary Concept, Bologna; Faber Artista # 1, a cura di Federica Mariani, Teatro La Fenice, Senigallia (AN); In series, artist’s multiples for a multiple show, Spoleto/Berlino/Catania; Biophilia, ZONAMACO México Arte Contemporáneo, con Galleria Mycellium, Città del Messico; Discipulos, a cura di Antonio Arevalo, Clang, Scicli (RG); Artefiera, Bologna, con Barbara Paci galleria d’arte, Pietrasanta. 2012 – Vetrinale, Dorda’s Flowers, a cura di Micol Di Veroli, Roma. 2011 – Voyage to the beautiful self, Danish Printmakers Association, Copenaghen, Danimarca; Natura Anfibia, mc2 gallery, Milano.

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Titolo: Et Curis
Autori: Giovanni Gaggia, Eva Gerd
Special Guest: Francesca Romana Pinzari
Cura: Loretta Di Tuccio
Intervento Critico: Fabrizio Pizzuto
Collaborazione: Alessandra Baldoni, Francesco Paolo Del Re, Sabino De Nichilo
Inaugurazione: giovedì 3 Aprile 2014 ore 19.30
Luogo: Rossmut via dei Vascellari 33 Trastevere Roma
Durata: 3 Aprile – 8 Maggio
Orario: 11/13 – 17/21 da martedì a venerdì
Info: www.rossmut.com – info@rossmut.com – tel e fax 06 5803788
Come raggiungerci: Dalla Stazione Termini, piazza dei Cinquecento, recarsi alla fermata Termini (MA-MB-FS), linea H Capasso, dopo sei fermate scendere a Sonnino a piedi per circa 400 metri

 

ET CURIS | DOPPIA PERSONALE DI GIOVANNI GAGGIA ED EVA GERD Giovedì 3 Aprile Rossmut ha il piacere di presentare Et curis, doppia personale degli artisti…

David Lamelas (Buenos Aires, 1946) è tra i pionieri dell’arte concettuale, dal riconosciuto rigore minimalista, interessato alle tematiche incentrate sulle nozioni di spazio e di tempo, sulla messa in discussione del modello tradizionale di scultura, sull’ambiguità della  comunicazione e dei processi  di trasmissione delle informazioni: qui c’è la Storia.

Ma perché nella galleria/museo di Lia Rumma – tempio dell’arte che conta – da un po’ di tempo non si vedono più mostre guizzanti, coraggiose, di artisti innovatori, dirompenti, controcorrente? Perché si trovano solamente artisti che vincono facile, i protagonisti ormai storicizzati e riconosciuti dal mercato internazionale?

Perché Lia Rumma ha smesso di fare l’esploratrice del nuovo, dall’innato intuito. La signora  dell’arte, come altri galleristi importanti nell’ambito del complesso sistema del mercato,  ha  abbandonato il ruolo di gallerista illuminata qual è stata fin dagli esordi, barattando il coraggio, e una certa  dose di visionarietà, con la sicurezza, puntando su artisti già consolidati e su nomi-griffe dell’arte. Si allinea all’onda della storia. Questa è la seconda mostra personale di David Lamelas (la prima si tenne a Napoli nel 1972): certo non dimentichiamo che per molti è un’occasione per conoscere l’artista argentino, che dal 1968 si è trasferito a Londra, come altri della sua generazione, divenendo cantore di sperimentazioni concettuali degli artisti inglesi, ma per quanto siano interessanti le sue opere non aggiungono e non tolgono nulla a ciò che sapevamo già intorno alla sua rigorosa ricerca.

E’ una mostra senza lode e senza infamia,  algida ed elegantissima come la galleria minimalista di Lia Rumma. Al piano terra vi accoglie Signaling of Three Objects (1968), composta da un acero di media  grandezza  circondato da venti lastre di marmo, dall’impatto cimiteriale, mentre al primo piano vedrete Dos Espacios Modificados, realizzato per la prima volta in occasione della Bienal de São Paulo in Brasile nel 1967, quando vinse il primo premio per la scultura, riadattato allo spazio in quest’ultima versione. E’interessante vedere come questa struttura in alluminio, messa in relazione con la  galleria attraverso una sorta di recinto cubico, alteri completamente la percezione dello spazio, mentre nella proiezione del lavoro sulla terrazza, attraverso una sorta di “tappeto”, composto da lastre di alluminio con l’obiettivo di ridefinire il rapporto tra contenitore e contenuto , crea  una relazione tra l’ambiente interno e quello esterno, annullando la vetrata che divide le due  opere complementari ed evidenziando prospettive plurime protese verso spazialità altrimenti inesprimibili. Infatti a Milano David Lamelas, che nel tempo ha intrecciato un rapporto di stima e  di amicizia con Lia Rumma, si presenta con tre lavori site-specific, uno per piano, partendo da parti di un progetto costantemente in corso qui ripresentate in una versione inedita.

Chiude la mostra, al secondo piano della galleria, la videoinstallazione Time as Activity (Milano e Napoli, nel 2013 e nel 2014), che prosegue la serie di film iniziati nel 1969 a Düsseldorf. Osservando le immagini che rappresentano luoghi urbani di due città così diverse tra loro, capirete che l’obiettivo di quest’opera ruota intorno all’intento di scardinare l’idea del tempo come successione ordinata di eventi: qui vi immergerete in un flusso di immagini sospese nel tempo e  nello spazio, che rappresentano nel movimento la durata  di un eterno presente.
 

 
David Lamelas

Galleria Lia Rumma
via Stilicone 19,Milano
www.liarumma.it
info@liarumma.it

DAVID LAMELAS David Lamelas (Buenos Aires, 1946) è tra i pionieri dell’arte concettuale, dal riconosciuto rigore minimalista, interessato alle tematiche incentrate sulle nozioni di spazio e di tempo, sulla messa in discussione del modello tradizionale di scultura, sull’ambiguità della  comunicazione e dei processi  di trasmissione delle informazioni: qui c’è la Storia.
Patrick Tuttofuoco, Marcomanno(Purple), 2014 installazione dell’opera presso McDonald’s, Piazza Duomo, Milano. Courtesy Studio Guenzani, Milano. Foto©Andrea Rossetti
PATRICK TUTTOFUOCO | AMBARADAN
Da anni vivi a  Berlino, ma da quanto tempo  non presentavi una mostra personale a Milano? Perché sei tornato  nella tua città con opere collocate nella galleria e fuori dai circuiti tradizionali?
Erano più o meno cinque anni che non facevo una mostra personale in Italia.Questo progetto è fortemente collegato a Milano,[…]
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Patrick Tuttofuoco, Marcomanno(Purple), 2014 installazione dell’opera presso McDonald’s, Piazza Duomo, Milano. Courtesy Studio Guenzani, Milano. Foto©Andrea Rossetti

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Da anni vivi a  Berlino, ma da quanto tempo  non presentavi una mostra personale a Milano? Perché sei tornato  nella tua città con opere collocate nella galleria e fuori dai circuiti tradizionali?

Erano più o meno cinque anni che non facevo una mostra personale in Italia.Questo progetto è fortemente collegato a Milano,[…]

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Patrick Tuttofuoco (Milano nel 1974. Vive e lavora a Berlino) torna a Milano con opere pop in omaggio alla sua città, ospitate dentro e fuori  lo Studio Guenzani, con riflessioni  sui  processi di mutazioni  culturali e sulle trasformazioni del contesto urbano. Come e perché lo racconta in questa intervista.
 
 
Da anni vivi a  Berlino, ma da quanto tempo  non presentavi una mostra personale a Milano? Perché sei tornato  nella tua città con opere collocate nella galleria e fuori dai circuiti tradizionali?

Erano più o meno cinque anni che non facevo una mostra personale in Italia.Questo progetto è fortemente collegato a Milano, l’idea e le riflessioni che ne sono seguite partono da un palazzo storico (Palazzo degli Omenoni, nella  omonima via) che spesso andavo a vedere da bambino. Diciamo che in tutta la mostra è presente un forte rapporto con la storia sia privata che pubblica.

Sei stato un allievo di Alberto Garutti all’Accademia di Brera e di Corrado Levi al Politecnico di Milano: quale eredità spirituale ti hanno lasciato i tuoi maestri ?

Non credo che sarebbero felici se li definissi “maestri”, di sicuro sono state due figure importantissime nella mia formazione, potrei dire che hanno due approcci quasi opposti all’arte e soprattutto al modo in cui guardarla.

Cosa significa il titolo della tua mostra Ambaradan di scena nello Studio Guenzani? E cosa esponi?

Amba Aradam è un massiccio dell’Etiopia dove avvenne una battaglia tra abissini e italiani nel 1936. Le dinamiche di questo scontro sono state talmente tortuose che hanno visto le tribù locali allearsi con gli italiani e poi con il nemico creando una confusione di fondo sui ruoli e limiti …AMBARADAN è la fusione delle due parole, è un invenzione che nella lingua parlata ha assunto un tono scherzoso ma le cui origini sono drammatiche. Le opere principali che ho realizzato per la mostra sono cinque, dei liberi ritratti dei volti degli Omenoni, che ho installato in contesti diversi rendendo meno netti i limiti tra i vari luoghi e soprattutto tra i lori significati.

Che senso ha quella scultura “popissima” installata al  McDonald’s in piazza Duomo? Forse è lì per dialogare  con le austere guglie, instaurando una relazione tra passato e presente?

Come dicevo prima, c’è in tutto il progetto un rapporto con la storia in senso più ampio. L’accezione “pop” credo che abbia più senso se riferita al contesto che alla scultura.
 

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Patrick Tuttofuoco, Marcomanno(Purple), 2014 installazione dell’opera presso McDonald’s, Piazza Duomo, Milano. Courtesy Studio Guenzani, Milano. Foto©Andrea Rossetti


 
Invece cosa hai esposto nello studio di architettura di Ermanno Previdi? E perché hai scelto questo luogo?

Ho esposto uno dei cinque ritratti. Il luogo è stato scelto in relazione alla persona; da una parte c’è McDonald’s che rappresenta  un’idea di spazio “pubblico” e dall’altra ho cercato una singola persona che desiderasse dialogare con me e con questo progetto. Ermanno ha poi scelto come suo spazio “privato” il suo studio.

Le cinque sculture di  faccioni-maschere  in resina si ispirano ai potenti telamoni scolpiti da Leone Leoni per la facciata cinquecentesca della Casa degli Omenoni, ma come ti è venuto in mente?

Era un luogo nella mia memoria personale che fondeva bene elementi della mia ricerca attuale. Il rapporto tra figura umana, paesaggio urbano, dimensione pubblica e privata.

La mostra comprende anche un tappeto musicale, frutto della collaborazione con Novo Line, progetto musicale di un compositore americano residente a Berlino: ci racconti di che cosa si tratta e perché  l’hai  coinvolto nel tuo progetto?

Volevo confrontarmi con un altro artista in maniera totalmente libera sui temi della mostra. Assieme abbiamo cercato un brano musicale legato alla nostra infanzia, in qualche modo alla nostra storia personale, che potesse funzionare come territorio comune d’incontro.

Quanti artisti italiani formano un gruppo affiatato e solidale a Berlino? Quali altri giri frequenti? Perché hai scelto di vivere lì?

Ci sono molti artisti in generale a Berlino, credo che la forza di questa comunità sia la sua capacità di dialogare al di là della provenienza nazionale. Sono venuto a vivere qui per curiosità!

Hai nostalgia di Milano?

Beh, spesso mi mancano gli amici che vivono li. Fortunatamente è abbastanza veloce ed economico andare e venire.

Sei diventato padre per la seconda  volta: secondo te è vero che  gli artisti con figli piccoli sono  più  giocosi, sperimentali, liberi da condizionamenti del mercato dell’arte e prendono l’arte come espressione di libertà creativa, interpretandola come un divertimento? Perché?

Non saprei, di certo avere dei figli trasforma il tuo modo di vedere le cose. Ma credo che questo sia applicabile a moltissime cose. Ad ogni modo mantenere un approccio sperimentale e divertisti lavorando sono valori importantissimi che si abbiano o meno dei figli!!

A quale progetto stai lavorando e dove ti vedremo attivo prossimamente?

Una nuova serie di ritratti, ma ancora non so dove mi porteranno!
 

 
Patrick Tuttofuoco | Ambaradan

Studio Guenzani
via Eustachi 10, Milano
www.studioguenzani.it
info@studioguenzani.it

PATRICK TUTTOFUOCO | AMBARADAN Patrick Tuttofuoco (Milano nel 1974. Vive e lavora a Berlino) torna a Milano con opere pop in omaggio alla sua città, ospitate dentro e fuori  lo…
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