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La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano è stata bombardata nel 1943 e dieci anni dopo ha ospitato Guernica di Picasso, monumento-vessillo per non dimenticare le “mattanze” belliche. Ora, se arte, moda, computer grafica e business s’incontrano in questo luogo carico di significati simbolici, allora i casi sono due: o le opere dialogano con lo spazio oppure rischiano di essere fagocitate dall’imponenza dell’architettura.

E questo è accaduto in occasione della prima personale di Takashi Murakami (1962), “seguace” di Andy Warhol e ricco come Jeff Koons, star giapponese dell’arte contemporanea per il suo stile new-manga pop fumettistico, allegro e colorato con ridenti e scanzonate faccine tonde come emoticons e anime (cartoni animati ) e yokai (mostri  con poteri soprannaturali), vendute a peso d’oro nelle aste internazionali.

Murakami, businessman che ha magistralmente coniugato arte e capitale come il maestro Damien Hirst, si presenta a Milano con una dozzina di nuove opere che dovrebbero rappresentare una svolta  spiritualista dell’autore: vedere per credere! La mostra milanese, a cura di Francesco Bonomi (il critico più caro sul mercato dell’arte internazionale dopo Germano Celant), comprende un ciclo di opere ispirate al disastro nucleare di Fukushima, dall’ascetismo spiritualista  poco convincente: i fiori e le faccette sorridenti sono stati sostituiti da figure più inquietanti, all’ombra di un tiglio sacro, ispirate ad Arhat, importanti per il Giappone quanto i nostri santini, in omaggio alla tradizione buddista e alla pittura nihonga.

Dal primo film di Murakami, Jellyfish Eyes (proiettato in alcuni musei statunitensi e giapponesi e al cinema Apollo di Milano in questi giorni), la star giapponese utilizza mostriciattoli con poteri soprannaturali che, uniti alla tradizione manga, culminano in un lungometraggio live-action: una tecnica che mescola attori reali e disegni animati anni,  in cui ingenuità e ironia si fondono in uno stile surreale.

La mostra di Takashi Murakami è stata organizzata da Blum & Poe e da KaiKai Kiki, società di produzione e art management, in collaborazione con Altofragile e yoox.com, marchio noto anche per aver disegnato le borse griffate Louis Vuitton che piacciono più ai giapponesi e meno ai francesi: dunque questa mostra pensa, struttura e produce arte (caramelle, giocattoli, skateboard, t-shirt eccetera) come un brand commerciale. Francesco Bonami conosce l’artista dal 1997 e lo definisce un “bambino antico”, che “ha  sempre riflettuto sull’adolescenza come stato perenne della società  giapponese del dopoguerra” -come scrive il curatore nel testo critico di presentazione della mostra-,   capace di intrecciare tradizioni dell’estremo Oriente con linguaggi dell’Occidente. Gli dobbiamo credere?

Nel 2001 Murakami ha teorizzato l’estetica  superflat (superpiatta), valorizzata da colori acidi e in digitale, dall’immediato impatto decorativo, rielaborando un immobilismo di superficie che rimanda a codici stilistici di Utamaro e Hokusai ma in chiave pop nevrotico-psichedelico-convulsivo, dove cultura bassa e tradizione  sono mixate con una dose massiccia  delle più effimere mitologie della società dei media.

I monumentali pannelli, lunghi fino a dieci metri, perimetrano la Sala delle Cariatidi senza però interagire con l’architettura, mostrando una sequela di monaci-zombie dagli occhi spiritati che dovrebbero, secondo l’artista,  rappresentare il suo stato d’animo ora cambiato,  meno venale rispetto al passato, dopo la catastrofe di Fukushima.

All’entrata della mostra vi accoglie l’Oval Buddha Silver, una scultura bagnata nell’argento, più  manga che Buddha. E, a proposito di autocelebrazione onanistica che poco c’entra con meditazioni spiritualiste, vedrete una decina di autoritratti dall’infantilismo esasperato, in cui compaiono teschietti e sfere oscure, in cui Murakami si ritrae come nuovo Piccolo Principe di Saint- Exupery, in piedi su una nebulosa gassosa più che su un pianeta  vero e proprio, con alle spalle un buco nero pronto a fagocitarlo da un  momento all’altro.

In queste opere non c’è dramma né paura né tanto meno inquietudine per la consapevolezza dell’impotenza umana di fronte alle misteriose forze dell’Universo. La mostra è molto apprezzata  dagli asiatici, mentre gli occidentali si concentrano di più sulla straordinaria energia della Sala delle Cariatidi, in cui  le opere di Murakami si annientano nonostante la pseudo spiritualità  dichiarata dall’autore, qui “crocifissa” nella  fiera delle vanità del mercato internazionale.

Takashi Murakami | Il ciclo Arhat
a cura di Francesco Bonami

Palazzo Reale,
Milano

TAKASHI MURAKAMI | IL CICLO DI ARHAT La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano è stata bombardata nel 1943 e dieci anni dopo ha ospitato Guernica di Picasso, monumento-vessillo per non dimenticare le “mattanze” belliche.

CENTRUM NATURAE | UNA DOPPIA PERSONALE, UN WORKSHOP, UNA PERFORMANCE, DI GIOVANNI GAGGIA E MONA LISA TINA

CENTRUM NATURAE | UNA DOPPIA PERSONALE, UN WORKSHOP, UNA PERFORMANCE, DI GIOVANNI GAGGIA E MONA LISA TINA

Centrum Naturae, è un progetto articolato e complesso incentrato sul Corpo e sulle relazioni possibili con l’Altro e con il mondo. Le identità artistiche di Giovanni Gaggia e Mona Lisa Tina, unite da grande vicinanza poetica, dialogano in maniera profonda incontrandosi nell’ambito di un linguaggio performativo che i due artisti hanno condiviso e condividono in molte esperienze professionali…

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Christian Fogarolli, The Dreamers, 2014

CHRISTIAN FOGAROLLI | CLAIR

L’inconscio, la pazzia, la malattia, la percezione; sono questi i temi su cui si basa la ricerca di Christian Fogarolli, artista trentino. Il suo lavoro si basa sull’analisi attenta del materiale d’archivio fotografico racchiuso in vari ospedali psichiatrici prevalentemente del Centro e Nord Italia. Egli sembra voler partire da una famosa citazione di Erasmo da Rotterdam

La vita umana non è altro che un gioco della follia

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L’inconscio, la pazzia, la malattia, la percezione; sono questi i temi su cui si basa la ricerca di Christian Fogarolli, artista trentino. Il suo lavoro si basa sull’analisi attenta del materiale d’archivio fotografico racchiuso in vari ospedali psichiatrici prevalentemente del Centro e Nord Italia. Egli sembra voler partire da una famosa citazione di Erasmo da Rotterdam

La vita umana non è altro che un gioco della follia

Ma come poter racchiudere la follia e in generale la caducità della vita e, attraverso un atto fisico e meccanico come quello della fotografia?

Nella mostra Clair in corso a Treviso a Ca’ dei Ricchi, promossa da TRA TrevisoRicercaArte e Fondazione Francesco Fabbri, Fogarolli espone degli scatti temporalmente riferibili agli inizi del Novecento, senza mai soffermarsi sulle identità dei soggetti, determinando una cesura con l’ambito documentaristico.

Simili immagini provocano nel fruitore varie sensazioni fino ad arrivare ad un senso di angoscia e talvolta indignazione; l’artista agisce comunque sempre con un profondo rispetto dei soggetti trattati, quasi a volerci dire che noi tutti siamo vittime della fragilità dell’esistenza umana.

Inoltre, non ci sono alterazioni o intromissioni cromatiche sull’opera; l’artista crea così volutamente un rapporto diretto verso l’opera d’arte, l’intervento si fa sublime e discreto, rendendoli nella loro crudezza originale e primitiva.

Questo lavoro si riallaccia e nello stesso tempo si distacca dal progetto Lost Identities, databile tra il 2011 e 2013, in cui l’artista, sovrapponendo gli sguardi in maniera frontale e laterale, creava diversi piani di lettura.

La sua non è un’indagine sociale, di catalogazione medica o criminale, egli cerca in ogni soggetto una verità assoluta, al di là del limite umano: ne sono a dimostrazione Walkers e The Dreamers, soggetti affetti da sonnambulismo i primi, dormienti i secondi, generali patologie cui il sapere umano non riesce ancora a dare una risposta, creando un senso di paura e di sottile angoscia verso colui al quale è diretta l’immagine.

Una diversa forma di “xenofobia”, intesa come paura per il diverso, crea i lavori Jean &John e Androgino, figure di dubbia appartenenza sessuale, ermafrodite; le fotografie volutamente posate a terra, con i corpi ad altezza d’uomo, creano un effetto destabilizzante, come se i soggetti ritratti volessero interagire col pubblico cercando in loro un aiuto.

Tape è costituita da un lungo nastro in carta ritmicamente forato, su cui poggiano delle piccole fotografie, usato nei primi carillon; questo diviene simbolo di un’indagine scientifica di inizio Ottocento, dove si cercava, in maniera che oserei dire banale, di determinare la condizione di una persona umana attraverso i suoi caratteri fisici e somatici; ed ecco che ancora, in Ossimoro, caratterizzata da una bilancia con dei pesi da una parte e una piccolo ritratto dall’altra, lo strumento pende verso la piccola foto, emblema dell’uomo contro la presunta validità scientifica.

Gli sguardi, i ritratti, i volti di queste persone che noi definiamo diverse e che per questo si è sentito il bisogno di catalogare, come atto di sottomissione, ci ricordano che forse molte volte le persone estraniate ed estranianti, siamo noi.

Christian Fogarolli | Clair
 
Ca’ dei Ricchi, Treviso
a cura di Carlo Sala
 
Festival F4 / un’idea di Fotografia

CHRISTIAN FOGAROLLI | CLAIR L’inconscio, la pazzia, la malattia, la percezione; sono questi i temi su cui si basa la ricerca di…
Tomás Saraceno, Lavori in corso: strumento-ragnatela ibrido Centaurus A, costruito dalla Nephila kenianensis in tre settimane, con performance live del quintetto della semi-sociale Cyrtophora citricola, Seta di ragno, metallo, faretto, 90x90x90 cm, photo credit Nuvola Ravera courtesy Pinksummer, Genoa, Andersen’s Contemporary, Copenhagen, Tanya Bonakdar, New York, Esther Shipper, Berlin
COSMIC JIVE: TOMAS SARACENO | THE SPIDER SESSION 
qui i ragni si vedono poco ma si sentono mentre tessono la tela 
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Tomás Saraceno, Lavori in corso: strumento-ragnatela ibrido Centaurus A, costruito dalla Nephila kenianensis in tre settimane, con performance live del quintetto della semi-sociale Cyrtophora citricola, Seta di ragno, metallo, faretto, 90x90x90 cm, photo credit Nuvola Ravera courtesy Pinksummer, Genoa, Andersen’s Contemporary, Copenhagen, Tanya Bonakdar, New York, Esther Shipper, Berlin

COSMIC JIVE: TOMAS SARACENO | THE SPIDER SESSION 

qui i ragni si vedono poco ma si sentono mentre tessono la tela 

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A Genova, nel cortile maggiore di Palazzo Ducale, fende il buio Iridescent planet, una scultura gonfiabile dai riflessi argento-rosa-viola di Tomás Saraceno (San Miguel de Tucumàn, 1973), realizzata in occasione della quinta edizione dell’evento culturale La Storia in Piazza, mentre al Museo di Villa Croce l’artista trasversale, architetto, scienziato, impegnato da anni in una ricerca di modelli di coesistenza sociale che spazia dalla biologia all’ingegneria e alla fisica, stupisce e incanta con un progetto site-specific unico e raro: Cosmic Jive. The Spider Session, a cura di Ilaria Bonacossa e Luca Cerizza, incentrato su una personale  reinterpretazione del mondo in chiave “aracno-cosmica”.

Questo straordinario progetto mette in relazione il mondo dei ragni – il misterioso motivo della ragnatela è al centro degli interessi di Saraceno dal 2009 – con ascendenze cosmiche e filosofiche. E’ stato realizzato con la collaborazione di biologi, musicisti, architetti e ingegneri elettronici, che insieme hanno dato “forma plastica”  al suono e alle vibrazioni prodotte dai ragni.

Ricordate la sua installazione calpestabile sospesa a venticinque metri d’altezza all’Hangar Bicocca a Milano On Space Time Foam ? Ebbene questa, creata ad hoc per Villa Croce, è ancora  più sorprendente e si basa su composizioni sonore che si propagano nei diversi ambienti ottocenteschi del museo, a partire dal piano nobile.

Fate attenzione anche al piano terra, dove potrete prendere visione della complessità del Saraceno-pensiero e la sua interpretazione  cosmica del mondo dei ragni, dove è stato allestito Cosmic Hive, composto da due tavoli ricoperti di fogli e arricchiti di note, schizzi, appunti vari, informazioni utili sul mondo aracnide e le implicazioni cosmiche: che certo saranno utili, anche se mostrare l’antefatto dello sviluppo concettuale dell’opera di Sareceno toglie poesia e stupore all’installazione ambientate immersiva che troverete al piano nobile.

In questo spazio noterete anche una cassetta postale posata a terra, simile a quelle che si trovano sparse per la città, ma scoprirete da soli a cosa serve, perché Saraceno vi invita ad interagire e a  tessere nuove metaforiche ragnatele. Nella sala accanto nove “quadri” riportano la complessa  scansione 3D di una ragnatela (realizzata dallo studio Saraceno in collaborazione col Dipartimento Pavis dell’Istituto Italiano di Tecnologia) produce un microcosmo virtuale d’impatto estetico che proiettato sul muro si relaziona con lo spazio circostante.

La sua installazione sonora e interattiva dipende dal movimento dei visitatori nelle sale, rilevato da sensori che provocano suoni inquietanti, ancestrali e arcani, che amplificano i rumori prodotti dai ragni mentre tessono la ragnatela: che per Saraceno diventa una tela cosmica. I suoni più o meno acuti sono trasmessi da casse di destra e di sinistra e dipende dalla posizione del visitatore nelle sale e dai suoi movimenti . Attenzione, imboccato lo scalone, raggiunto il piano nobile,  prima  di varcare la soglia delle sale del piano nobile completamente oscurate,  leggete ciò che ha scritto l’artista argentino sul muro, perché il segreto sta tutto qui:

Dove sono tutti quanti? Se non abbiamo  mai stabilito un contatto con altre forme di vita, forse è perché non siamo mai riusciti a  suonare un unico strumento musicale all’unisono. Allora  forse, queste ragnatele ibride sono  i primi veri strumenti collettivi! I ragni eseguono , insieme e contemporaneamente, una sinfonia complessa nella  quale il suono di una corda si  riverbera su tutte le altre…Se come specie, riuscissimo ad “accordarci”, anche la terra potrebbe riverberare e i pianeti extrasolari potrebbero captare la  nostra oscillazione acustica! Bang… Big.

Questa è la chiave di lettura della sua ricerca di relazione tra i movimenti e le vibrazioni dei ragni e il visitatore, in bilico tra macro e micro mondi, complessi  sistemi biologici che dipendono dai vostri movimenti e sembra procedere all’unisono con i ragni.

Quindi, percorrendo quattro sale oscurate, coi vostri occhi abituati alla condizione di buio, scorgerete qua e là dei forellini al posto di  finestre tappate, puntini di luce che disegnano misteriose costellazioni che sarebbero  piaciute a  Lucio Fontana, che si modificano  a secondo  della quantità di luce che proviene  dall’esterno e dagli spostamenti dei visitatori  da una  sala all’altra. Tranquilli, qui i ragni si intravedono poco ma si sentono mentre tessono la tela  e fanno un  rumore da ascoltare  più che da raccontare, rivelando presenze extraterrestri registrate da satelliti  sofisticati. In queste sale non sarete obbligati a seguire  un itinerario preciso, sala dopo sala  lasciatevi ammantare dal buio muovendovi alla  cieca e sarete in balia di vibrazioni sonore dai suoni acuti o moderati e avrete l’impressione di fare una  passeggiata  nel cosmo. Non  usate i cellulari come torce per  muovervi nell’oscurità, perché perdereste l’incanto, lo stupore non di capire cosa sta accadendo in questa esplorazione meta spaziale, ma di ascoltare composizioni cosmiche dense di implicazioni filosofiche e sociali, con  riferimenti a modelli sociali futuri all’insegna di una equilibrata coesistenza tra tecnologia, uomo e natura. Vi imbatterete in due ragnatele intessute da tre specie di ragni: la Cyrtophora citricola, la Nephila Kenianensis e la Cyrtophora moluccensis, che presentano diversi gradi di socialità, solitari (ragni che vivono soli sulle ragnatele), sociali e semi sociali  (comunità di ragni che vivono su un’unica ragnatela).

Queste ragnatele sono il risultato di una collaborazione che sovrappone, trasforma e ri-orienta le ragnatele creando configurazioni che non esistono in natura e che per Saraceno sono gli unici strumenti di comunicazione e di stupore per chi le osserva e le ascolta come produttori di conoscenza.

La prima ragnatela è sospesa nell’aria, intelaiata in un’esile struttura di metallo, abitata da un solo  ragno, la Cytophora citricola, illuminata da luci direzionate che rivelano la fragilità e la complessità della ragnatela- strumento e dei suoi musicisti,  che vi incanterà  per  un etereo pulviscolo cosmico.

La seconda ragnatela-strumento, invece è presentata in una teca di vetro ed è stata tessuta per tre settimane dalla Cyrtophora citricola e per altre quattro settimane dalla Cyrtophora moluccensis, un’opera sociale che instaura un dialogo tra l’universo, il  ragno e la specie umana.

La mostra è da ascoltare più che da capire e in questa rete cosmica si ode la sinfonia dell’universo.

 
Cosmic Jive: Tomás Saraceno. The Spider Sessions
Museo D’Arte Contemporanea di Villa Croce
www.museidigenova.it
 

COSMIC JIVE: TOMAS SARACENO | THE SPIDER SESSION A Genova, nel cortile maggiore di Palazzo Ducale, fende il buio Iridescent planet, una scultura gonfiabile dai riflessi argento-rosa-viola di…
Dan Attoe, Cedars on the Back Road, 2013, Olio su tela su MDF, Courtesy dell’artista e Peres Projects, Berlino
IL DELITTO PERFETTO | PAC PADIGLIONE D’ARTE CONTEMPORANEA | MILANO
Il delitto quasi perfetto è una mostra di fine stagione che con siffatto titolo e cotanti nomi attira pubblico come api al miele
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100mm

Dan Attoe, Cedars on the Back Road, 2013, Olio su tela su MDF, Courtesy dell’artista e Peres Projects, Berlino

IL DELITTO PERFETTO | PAC PADIGLIONE D’ARTE CONTEMPORANEA | MILANO

Il delitto quasi perfetto è una mostra di fine stagione che con siffatto titolo e cotanti nomi attira pubblico come api al miele

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Thomas De Quincey sarà stato il primo a tematizzare il rapporto fra arte e crimine, sicuramente l’ultimo – e il suo outing fece parecchio rumore – fu il compositore Karlheinz Stockhausen, quando, con le macerie ancora fumanti dell’eccidio dell’11 settembre 2001, definì la tragedia delle Twin Towers la più grande opera d’arte mai realizzata. Lui, e lo scrittore Bret Easton Ellis autore dell’eccellentissimo American Psycho – da cui la regista Mary Harron avrebbe poi tratto l’omonimo film – mancano nei riferimenti illustri, sul versante letterario e più generalmente culturale, della mostra Il delitto quasi perfetto di scena al PAC di Milano, ordinata da Cristina Ricupero, curatrice e scrittrice d’arte Paris based il cui nome forse ai più dirà poco ma che in realtà è piuttosto in gamba, sulla falsariga dell’omonima mega-collettiva (quaranta artisti di livello internazionale) da lei stessa curata lo scorso gennaio al Witte de With di Amsterdam. Grandi nomi, sia sull’uno che sull’altro versante, con la differenza che al PAC si possono vedere anche le opere di Maurizio Cattelan e di Luca Vitone (Monica Bonvicini è invece presente sia in questa che nella mostra olandese). Nessun lavoro inedito e tutti nomi noti e/o notissimi, il PAC ha vinto facile: ciò non significa che Il delitto quasi perfetto sia una mostra “inutile”, anzi, come accade nella fiere d’arte internazionali, essa dà la possibilità, specialmente ai non-globetrotters dell’arte contemporanea,  di fare un incontro ravvicinato con molte opere di eccellentissimi artisti in un colpo solo. Nulla da dire, dunque, sulla qualità della mostra, né sull’ordinamento in sé. Bella. Bellissima. Il “problema” è il suo concept, un po’ paraculo per la verità: il legame, concettuale appunto, fra alcune di queste espressioni dell’arte visuale e la proteiforme estetica del crimine (quindi letteratura, cinema ovviamente, storia, cronaca e “semplice” mauvais geste) pare in taluni casi forzato. Le opere scelte di Cattelan, Bonvicini, Vitone, Pettibon, Dan Attoe o Richard Hawkins, ad esempio, sono perfette per questo concept (il bouquet di fazzoletti che Cattelan realizzò per tributare la memoria delle vittime delle stragi di Roma e Milano nell’estate 1993), ma è difficile farle rientrare tutte e quaranta in un contesto, l’estetica del crimine, pur magmatico e proteiforme. L’impressione è che la suddetta estetica del crimine sia soprattutto un pretesto culturale per convogliare, in una koinè intellettual/artistica, un po’ di illustrissimi maudits. Questa mostra è un delitto quasi perfetto, appunto. Mentre una mostra che ha ucciso veramente, per esempio, è stata Crime Scene di Luca Reffo (di cui si può leggere la recensione qui), dove l’assassinio figurava veramente come una delle belle arti .Tuttavia questo non rappresenta un problema: Il delitto quasi perfetto è una mostra di fine stagione che con siffatto titolo e cotanti nomi attira pubblico come api al miele. Non siamo ai livelli nazionalpopolari delle mostre degli Impressionisti, ciononostante  il PAC la sfangherà anche in questa occasione: con ogni probabilità il numero dei visitatori a fine mostra sarà ragguardevole e il Governatore delle Province avrà un motivo in più per inorgoglirsi.

Il delitto quasi perfetto
a cura di Cristina Ricupero
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
www.pacmilano.it

IL DELITTO QUASI PERFETTO Thomas De Quincey sarà stato il primo a tematizzare il rapporto fra arte e crimine, sicuramente l’ultimo - e il suo outing fece parecchio rumore - fu il compositore Karlheinz Stockhausen, quando, con le macerie ancora fumanti dell’eccidio dell’11 settembre 2001, …

L’ATTORE FLUIDO | CONOSCERSI STANDO DENTRO

L’ATTORE FLUIDO | CONOSCERSI STANDO DENTRO

Laboratorio di movimento consapevole per attori condotto da Elisa Cappelli 21-25 luglio 2014

Il Laboratorio propone lezioni di movimento consapevole per esplorare insieme modi di abitare il proprio corpo in modo utile, sfruttandone tanto i limiti quanto le possibilità.
ll corpo dell’attrice e dell’attore può essere pronto e quindi vuoto.
La non azioneindica quanto a volte sulla scena possa essere…

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